martedì,13 novembre, 2018

MORANDI LO DICEVA NELL ’79: “IL MIO PONTE SI STA CORRODENDO”

Anche Riccardo Morandi, progettista e autore del ponte che porta (portava) il suo nome, si era convinto che qualcosa, forse, non andava.

Tanto che nel 1979, venti anni dopo la costruzione del viadotto che sormontava la città ligure, sosteneva che occorresse intervenire per rinforzarlo.

“Penso che prima o poi, e forse già tra pochi anni, sarà necessario ricorrere a un trattamento per la rimozione di ogni traccia di ruggine sui rinforzi esposti per poi coprire tutto con elastomeri ad altissima resistenza chimica”, spiegava Morandi. Per l’ingegnere la salsedine stava provocando dei danni tali da giustificare un “allarme corrosione”.

A riportare la relazione firmata da Morandi è La Verità. Il report era così titolato: “Il comportamento a lungo termine dei viadotti sottoposti a traffico pesante situati in ambiente aggressivo: il viadotto sul Polcevera, a Genova”. “La struttura – si legge – viene aggredita dai venti marini (il mare dista un chilometro) che sono canalizzati nella valle attraversata dal viadotto. Si crea così un’atmosfera, ad alta salinità che per di più, sulla sua strada prima di raggiungere la struttura, si mescola con i fumi dei camini dell’acciaieria e si satura di vapori altamente nocivi”.

Cosa abbia provocato il crollo che ha ucciso 34 persone non è ancora del tutto chiaro. Sarà la magistratura, forse, a stabilire cause e responsabilità. Quelle responsabilità che, per ora, Autostrade per l’Italia non intende assumersi. Eppure le avvisaglie dei problemi che il viadotto avrebbe avuto c’erano tutte. Resta da chiedersi come sia possibile che Autostrade, come spiegato ieri dall’ad Giovanni Castellucci, possa dire che “tutte le relazioni che avevamo ci mostravano uno stato di salute buono” se anche Morandi, più di trenta anni fa metteva in guardia dai rischi della corrosione.

“Le superfici esterne delle strutture – spiegava l’ingegnere – ma soprattutto quelle esposte verso il mare e quindi più direttamente attaccate dai fumi acidi dei camini, iniziano a mostrare fenomeni di aggressione di origine chimica”. Tanto da evidenziare una “perdita di resistenza superficiale del calcestruzzo“.

I primi problemi erano stati rilevati ad alcune piastre che “sono state letteralmente corrose in poco più di cinque anni” e “hanno dovuto essere sostituite, con processi piuttosto complicati, con elementi in acciaio inox”. Per Morandi un modo per proteggere il ponte era quello di utilizzare resine e elastomeri sintetici così da “accrescerne la resistenza chimica e meccanica all’abrasione”.

Fonte: qui

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