giovedì,20 settembre, 2018
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LA STORIA DI SARR, DALLA FUGA DAL SENEGAL A TARANTO: “GLI ITALIANI? MI AVETE SALVATO E ACCOLTO”

“Quella sera ho guardato mia mamma negli occhi e le ho detto: se non ti chiamo vuol dire che sono morto. E’ l’ultima volta che l’ho vista, poi sono scappato”. Sarr Doudou, 29 anni, non è morto in quello che, raccontando la sua storia a Tgcom24,con la voce rotta dall’emozione, chiama semplicemente “il viaggio”. Ma sono passati molti mesi prima che potesse comunicare alla madre per telefono quel “ce l’ho fatta” che significava una nuova vita, lontana dal suo Paese ma anche dall’incubo di essere ucciso.

Sarr viene dal Senegal, uno Stato africano la cui provenienza non garantisce la protezione internazionale. Perché, ufficialmente, in Senegal non c’è alcuna guerra. E invece anche lì si combatte un conflitto civile per una regione che si chiama Casamance, dove i ribelli dell‘MFBC (Movimento delle forze democratiche di Casamance) cercano dal 1982 di separarsi dal governo di Dakar. Dietro al conflitto, ragioni che affondano le radici nel colonialismo. Da allora, tra trattati di pace e incursioni armate, un numero imprecisato di morti e feriti da entrambe le parti, ribelli e governativi. “Io vengo proprio da quella regione e studiavo Letteratura e lingue all’Università di Dakar – racconta Sarr -. Era il 2014. Lì formammo un’associazione per sensibilizzare le persone contro questa stupida guerra civile. Non volevamo che il Senegal si dividesse. Io ero il portavoce del movimento. Abbiamo organizzato in Casamance una serie di incontri, un meeting con tutte le parti, una marcia per la pace. Avevamo sulle magliette le scritte ‘Pace in casa nostra’ e ‘No alla violenza’, perché anche se siamo di lì, anche se chi combatte spesso è un nostro parente, quello che ci interessa è la pacifica convivenza. Abbiamo parlato alla radio locale e alla fine degli incontri avevamo organizzato una bella festa. Sono arrivati i soldati ribelli e hanno cominciato a sparare: è stata una strage”. Per Sarr è l’inizio della fine e comincia una nuova vita fatta di paura e sospetto.

La fuga dal Senegal e l’arrivo in Libia – I ribelli sanno chi sia Sarr e dove abita, così come conoscono i suoi parenti. La loro vita è in pericolo. “Sono andato da mia madre e le ho detto: vai dallo zio che abita in un’altra città. Io devo scappare. Se non ti chiamo nei prossimi giorni, vuol dire che mi hanno ucciso“. Comincia così per Sarr una vera e propria odissea. Ma perché l’Europa? “In Africa non esiste uno Stato che garantisca quello che garantisce l’Europa, ossia la libertà di pensare, di dire, di fare – racconta Sarr -. Io non me ne sarei mai voluto andare: il Senegal è la mia casa, lo studio era la mia ragione di vita. Ma dovevo provare a salvarmi la vita”. E così vende le due mucche della madre e, con i pochi soldi racimolati, parte in direzione nordest, verso la speranza. Troverà l’orrore. “Sono sempre stato in pericolo. Solo in Italia ho trovato un’altra vita – spiega -. Sapevo di dover arrivare in Libia e così ho attraversato il Mali, poi il Burkina Faso e infine sono giunto in Niger. Sono stati i primi tre mesi del viaggio“. Sarr lo chiama così, semplicemente “il viaggio”. Ma ogni volta che pronuncia questa parola, è come se un brivido lo scuotesse, come se per un attimo fosse risucchiato dal profondo di un abisso che ha vissuto in prima persona. “Mi dispiace, io posso provare a raccontarvi l’orrore che ho vissuto, ma è impossibile per chiunque capire cosa sia stato. Ho visto gente impazzire, è difficile non andare fuori di testa: troppe le cose brutte che ti accadono e che vedi intorno”. In Niger trova quello che cercava o forse i trafficanti di esseri umani trovano lui. “Ho incontrato i libici – ricorda -. Stanno lì per permetterti di attraversare il deserto e arrivare fino alle coste dove partirai per l’Europa. Mi hanno preso tutti i soldi che avevo e picchiato. Ero tutto gonfio per le botte ricevute, credevo di morire. Poi mi hanno caricato su di un pick-up scassato e siamo partiti per il deserto”. Lì altre cose terribili, come un incubo ad occhi aperti. “Donne, bambini, uomini, tutti ammassati insieme. Ho visto decine di mezzi ribaltati, con i cadaveri ancora sopra. Altri cadaveri sui pick-up fermi nel deserto: gente morta di fame e sete perché nessuno l’ha aiutata”.

Vivere e morire in Libia – In Libia la situazione non migliora. “Ci spostavano da un rifugio all’altro, nel frattempo ci picchiavano, le donne venivano violentate. Qualche volta si riusciva a lavorare in qualche modo e ho messo da parte qualche soldo, circa 900 euro che mi sono serviti per il viaggio”. Una vera e propria odissea, ma Itaca, l’Italia, è ancora lontana. “Non so come sia stato possibile, ma alla fine, una notte, siamo arrivati su di una spiaggia. Era il 18 novembre del 2014. Davanti a noi c’era un mare grosso e agitato, ci fanno vedere una barca tutta rotta e ci dicono di partire. In molti urlano, cercano di scappare, non vogliono salire su quel rottame. I trafficanti sparano e uccidono tre ragazzi. Così, a sangue freddo, davanti ai nostri occhi. Siamo partiti, non so nemmeno quanti fossimo esattamente”. Il viaggio per mare è terribile. Dopo due giorni sono ancora in balia delle onde, è autunno, le condizioni climatiche sono delle peggiori. “Ad un certo punto sentiamo un rumore fortissimo: la barca si era rotta. A quel punto è scattato il panico: in molti si sono buttati in mare: sono tutti morti, li ho visti affogare. Per fortuna qualcuno aveva un telefono satellitare e dopo tre o quattro ore è arrivata una nave a salvarci”. Si tratta della Guardia Costiera che prenderà in carico i superstiti. Le cronache parlano di un numero imprecisato di morti in quel naufragio. I corpi sono sepolti nel cimitero più grande del mondo: il Mediterraneo. Il viaggio per Sarr non è stato esattamente una pacchia. “Ora sono felice, ma se avessi saputo a cosa andavo incontro partendo, sarei rimasto a rischiare la vita in Senegal. Lì avevo la mia vita, i miei affetti” dice commosso Sarr.

L’Italia e gli italiani: il Paese dell’accoglienza – La prima cosa che fa Sarr appena arrivato nel Centro di accoglienza di Taranto è scontata: chiedere ad un connazionale la possibilità di usare il cellulare. Ed è anche per questo motivo che spesso i migranti hanno o vengono dotati di un apparecchio telefonico: è l’unico cordone ombelicale con il loro mondo. “Ho chiamato mia mamma e le ho detto che ero ancora vivo – ricorda Sarr -. E’ stata la telefonata più emozionante della mia vita, durante il viaggio credevo che non sarei mai riuscito a farla”. E’ il 2015 e Sarr comincia così due percorsi distinti: quello di integrazione nella società italiana e parallelamente l’iter burocratico per regolarizzare la sua posizione, con la richiesta di permesso di soggiorno per protezione internazionale. “La prima volta è stata respinta, ma abbiamo fatto ricorso. Da poco, solo nel 2018, dopo oltre un anno e mezzo dall’appello, il giudice ha riconosciuto che potevo stare in Italia per motivi umanitari: tornando a casa, rischio di essere ucciso ancora prima di mettere piede in Senegal. Mi piacerebbe tornare, ma non so se riuscirò mai a farlo”. Un iter lungo e travagliato, in cui ha avuto il supporto di chi in Italia lo accoglie. Un periodo in cui la sua vita è stata sospesa tra la felicità di essere giunto in Italia, di poter cominciare una vita libera e la paura di dover tornare indietro, scappare di nuovo, magari dover intraprendere un altro viaggio. L’integrazione, invece, procede benissimo. Grazie all’efficienza del Cas (Casa di accoglienza straordinaria) di Castellaneta Marina, in provincia di Taranto, e a tante persone che ogni giorno si impegnano per dare un senso alle vite di chi ha rischiato la propria per arrivare qui da noi, Sarr comincia a fare passi da gigante. “La prima cosa che mi sono detto è stata: impara la lingua. Così con i primi soldi che ho guadagnato lavorando in campagna a raccogliere mandarini e pomodori, mi sono comprato un dizionario italiano-francese. Ogni parola che non sapevo, me l’andavo a leggere e così miglioravo”. Gli insegnanti che seguono Sarr vedono in quel ragazzo un futuro luminoso: si impegna e fa progressi. “Una maestra ha detto che ero particolarmente bravo e mi ha dato la possibilità, nel 2015, di iscrivermi all’istituto alberghiero Mauro Perrone di Castellaneta Marina. Il prossimo anno frequenterò l’ultimo anno e mi diplomerò” dice con orgoglio.

Il lavoro, lo studio e una vita come tante – Circola da tempo una leggenda metropolitana: quella che ogni migrante avrebbe una “paga” dallo Stato che varia a seconda del periodo in cui circola la leggenda. Trenta, 35, 40 euro. “Io non li ho mai visti” dice con il sorriso Sarr.  I soldi che ha, li guadagna. “Faccio il cameriere. Il lavoro non è stabile, ma spesso d’estate è a tempo pieno, d’inverno magari part time, poi il resto del tempo studio a scuola. Ora sono vice responsabile di sala, ogni tanto vado comunque in campagna per arrotondare. Purtroppo molti di quelli che arrivano, possono fare solo quello, senza contratto, in nero”. Quando parla degli italiani, ha le idee molto precise: “Io devo solo ringraziarvi. Mi avete salvato, non lo dimenticherò mai. Dove sto adesso, ma anche prima, ho sempre trovato persone che mi hanno aiutato, mi avete rimesso in gamba, si dice così?” chiede Sarr. Allora il razzismo non esiste? “Non lo so, qui in Puglia io non ho mai avuto un problema. Mai. Al lavoro sono l’unico di colore, a scuola anche. Ci scherziamo su, ma davvero nessuno mi ha mai discriminato”. Perché? Sarr ha una risposta semplice: “Chi vuole, si integra. Alcuni arrivano in Italia e non vogliono imparare la lingua. Ma se ti comporti bene, se dimostri buona volontà, se fai il tuo lavoro, trovi solo aiuto”.

Il viaggio è finito – Il futuro è quello di un ragazzo di 29 anni che ha un lavoro stabile e sta per completare il ciclo di studi. “Adesso che ho ricevuto il permesso di soggiorno devo lasciare il centro di Castellaneta Marina dove abito. Prima di tutto, devo sistemarmi: ho un paio di mesi per cercare una casa tutta mia” dice con la stessa identica aria di un universitario che lascia la casa dei genitori per vivere da solo. “Poi voglio diplomarmi e continuare a lavorare, crescere e diventare più bravo. Parlo inglese, francese, italiano, un po’ di spagnolo e sto studiando anche il tedesco. E poi voglio anche mettere su famiglia”. Il viaggio è finalmente finito e quei libri e quegli studi che ha lasciato in Senegal sono il filo rosso che collega la prima vita di Sarr alla seconda. Un consiglio a chi arriva in Italia? “Fate i bravi e cercate di integrarvi”. Poi la prima e unica richiesta: “Posso chiudere con una frase di Jean Jacques Rousseau? ‘La libertà non consiste tanto nel fare la propria volontà quanto nel non essere sottomessi a quella altrui‘”.

Fonte: qui

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