giovedì,16 agosto, 2018
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TRA ROMA E PARIGI È GUERRA D’AFRICA; COSÌ L’ITALIA SFIDA MACRON IN NIGER

La guerra diplomatica fra Francia e Italia va ben al di là del confine della Libia. È più a sud, in Niger, che pulsa il cuore del fenomeno migratorio, ma anche il vero grande centro d’interesse europeo nel Sahel. Europeo ma anche americano. Gli Stati Uniti hanno da tempo i loro soldati in territorio nigerino (la morte dei quattro Berretti verdi lo ha dimostrato in maniera inequivocabile) e stanno costruendo una base per i droni nei pressi di Agadez, la Niger Air Base 201, per 110 milioni di dollari.

L’Italia è sempre stata considerata una potenza marginale, se non del tutto esclusa, dal Niger. La Francia, sia per il passato coloniale sia per le migliaia di unità presenti in quel territorio con l’operazione Barkhane, ha sempre avuto il pieno controllo della situazione.

Ma le cose stanno cambiando: gli europei hanno capito che per bloccare il flusso dei migranti e tutti i traffici che esso comporta, devono andare in Niger. Parigi ha più volte chiesto a Washington un aiuto: truppe francesi e quelle del G-5 Sahel non bastano. Ma su una missione italiana, hanno sempre posto il veto. Tanto che Macron ha preferito avere il supporto britannico piuttosto che quello italiano.

Soltanto che adesso la situazione è cambiata. E l’Italia, che da molti mesi ha deciso di far partire una missione in Niger, sembra intenzionata a tirare dritto. La sfida per il controllo dei flussi migratori passa, inevitabilmente, per quel Paese. Avere la Libia dalla propria parte è un bene. Ma riuscire a controllare il flusso prima che migliaia di persone arrivino sul suo libico, sarebbe una conquista decisamente più importante.

Il ministro della Difesa Elisabetta Trenta lo ha ribadito alcuni giorni fa al Senato, sia in Commissione Esteri che in Commissione Difesa. “La missione in Niger è assolutamente importante, è da lì che passano i flussi migratori. Vorremmo riuscire a farla partire, abbiamo bisogno del consenso del governo, vorremmo essere sicuri di averlo, dopodiché siamo disponibili a settare la missione come ci viene richiesto”.

È quello il fianco Sud della Nato: è lì il vero confine degli interessi europei. Ed è fino a lì che si estende il Mediterraneo allargato, quella grande area geopolitica di cui avremo la cabina di regia insieme agli Stati Uniti, come confermato da Giuseppe Conte dopo l’incontro con Donald Trump.

La missione italiana in Niger, come spiegava a giugno Fausto Biloslavo per Il Giornale, “è una missione fantasma partita male, che sta proseguendo peggio in una specie di stallo soprattutto politico”. Questo stallo sembra essere finito in questi giorni, complice la volontà del governo di insidiare l’ascesa di Emmanuel Macron in Nordafrica.

Ma è soprattutto la benedizione di Washington al ruolo di Roma in quell’area a poter essere il vero scatto per la missione. I soldati della Missione bilaterale di Supporto nella Repubblica del Niger (Misin), guidati dal generale di brigata Antonio Maggi, potrebbero quindi essere non più poche decine. E si torna a parlare di una vera base italiana, probabilmente a ridosso del confine con la Libia. Finora, le nostre truppe sono di stanza nella base statunitense.

L’Italia intanto ha iniziato a tessera la sua trama con il governo del Niger attraverso una diplomazia particolare ma molto utile: quella degli aiuti umanitari. Ad aprile, un Boeing Kc-767 dell’Aeronautica Militare ha portato a Niamey il primo carico di medicinali. E pochi giorni fa è arrivato un altro aereo, un C-130J con un carico di circa sette tonnellate di farmaci, presidi medici e un sistema per la depurazione dell’acqua. Gli aiuti umanitari arrivati in questi giorni e donati dal ministero degli Esteri e dal ministero della Difesa sono parte degli accordi Roma e Niamey per l’emergenza colera, che sta colpendo la popolazione nigerina.

La penetrazione nelle trame nigerine e del Sahel passa anche attraverso questo tipo di accordi, che sono politici prima ancora che umanitari. E per noi è fondamentale. L’arrivo della task force italiana a Ghat, città libica dove si incrociano i confini di Libia, Niger e Algeria, è un altro tassello. L’Italia si sta muovendo e questo, evidentemente, non piace a Parigi, che con i suoi 4mila uomini della Barkhane considera il Sahel terra di sua stretta sorveglianza. Ma le cose stanno cambiando. E Macron non è più apprezzato come un tempo a Washington.

Fonte: qui

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