martedì,19 giugno, 2018
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POI SCOPRI CHE L’ITALIA SENZA MONETA UNICA SAREBBE RICCA COME LONDRA

Per impostare seriamente un dibattito sull’ uscita dall’ euro sarebbe bene smettere di confrontare l’ Italia con il Venezuela o l’ Argentina, Paesi emergenti esportatori di materie prime, pressoché privi di base industriale, e cercare invece qualche parallelismo con le economie sviluppate. A tal proposito il settimanale economico-finanziario statunitense Barron’ s ha fatto un raffronto storico tra l’ Italia e il Regno Unito. La conclusione è che senza l’ euro il nostro Paese avrebbe un Pil pro capite superiore del 10% rispetto a quello attuale.

Ma andiamo con ordine. La perfida Albione è una pietra di paragone particolarmente appropriata, dal momento che i fondamentali tra i due paesi europei mostrano notevoli somiglianze. Innanzitutto il tasso di inflazione. Dal 1971 al 1999, anno di ingresso nell’ euro, i prezzi sono aumentati mediamente del 9.3 per cento in Italia e del 7.72 per cento nel Regno Unito (dati Ocse).

I DATI

Guadando le statistiche, emerge un fatto interessante: il tasso di inflazione italiano supera quello inglese a partire dal 1976, quando al largo della Scozia entra in funzione il giacimento petrolifero Brent. Londra da quel momento diventa un produttore di greggio attenuando gli effetti delle crisi energetiche del 1973 e del 1979, che fecero esplodere il prezzo del petrolio. In particolare, quella del 1979 lo fece triplicare nel giro di un anno. Le crisi petrolifere spiegano anche l’ andamento storico dei tassi di cambio di lira e sterlina. Le due valute si muovono in modo sincrono: entrambe si svalutano costantemente rispetto al marco tedesco.

Con un’ eccezione: il periodo 1979-1981, appunto. Durante questo triennio il Regno Unito rivaluta la propria moneta perché inizia a esportare il petrolio estratto dal Brent. Finite le tensioni energetiche la Sterlina ricomincia a perdere terreno, allo stesso modo della Lira in Italia.

E questo per un motivo molto semplice: i beni tedeschi erano più richiesti di quelli italiani e inglesi. Di conseguenza, per l’ operare delle normali leggi della domanda e dell’ offerta, l’ andamento della valuta riportava in equilibrio il mercato.

LE SIMILITUDINI

Per comprare più auto tedesche bisogna comprare più moneta tedesca, e quindi il valore del marco cresce.Ma le somiglianze non finiscono qui. Dal 1980 la differenza tra il costo del debito a lungo termine tra Italia e Regno Unito è pressoché nulla. In altre parole, i tassi di interesse reali, quindi depurati dall’ inflazione, pagati dal nostro Paese sui titoli di Stato sono stati sostanzialmente uguali a quelli inglesi. Con due eccezioni.

La crisi del Sistema monetario europeo di inizio anni ’90, un accordo di cambio fisso tra Paesi europei, e quella dell’ euro del 2010. Durante la prima l’ Italia fu costretta ad alzare i rendimenti per attrarre capitali dall’ estero e difendere il cambio.
Nell’ ultima, invece, i tassi sui titoli di Stato sono esplosi perché la Banca centrale europea non garantiva i debiti dei Paesi dell’ eurozona, contrariamente a quanto fa, da sempre, la Bank of England.

La banca centrale, infatti ,potrebbe sempre intervenire stampando moneta per acquistare i titoli e frenare le ondate di vendita.
Chi scommetterebbe contro un istituto che ha munizioni infinite? Insomma, l’ euro ha reso rischiosi titoli che non dovrebbero esserlo. Oltre a queste variabili, ce n’ è una molto importante: la produttività del lavoro, ovvero quanto produce un lavoratore in un’ ora.

Ebbene, gli italiani sono sempre stati più produttivi degli inglesi. E non di poco. Se nel 1978 in Italia un dipendente produceva l’ equivalente di 31mila dollari, in Inghilterra questa cifra era di 25mila dollari. Il differenziale si è mantenuto più o meno su queste proporzioni fino al 1996, anno nel quale l’ Italia si aggancia all’ Ecu, una sorta di pre-euro. Da lì in poi la produttività italiana ristagna al punto che nel 2007 il Regno Unito ci supera. A partire dal 2007, anno della crisi finanziaria, anche l’ Inghilterra accusa il colpo.

La produttività italiana e quella inglese crescono pochissimo. Questo è un punto fondamentale. Secondo Barron’ s, infatti, non essendoci differenze nella produttività, la divergenza tra i tassi di crescita sperimentata dai due Paesi è riconducibile al mercato del lavoro, dal momento che il Pil è uguale al prodotto orario (produttività) moltiplicato per il numero di ore lavorate. Più si lavora e più si produce.

SENZA CAPPI

Senza il cappio europeo l’ Italia avrebbe potuto svalutare, come ha fatto l’ Inghilterra, rilanciando l’ export. Inoltre, non ci sarebbe stato l’ attacco speculativo dell’ estate del 2011 e le banche avrebbero concesso più credito alle imprese. L’ effetto sarebbe stato un aumento dell’ occupazione simile a quello sperimentato dal Regno Unito, più tre per cento sul 2007. Insomma, con la Lira l’ Italia avrebbe avuto più occupati e, di conseguenza, più Pil.

Fonte: qui

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