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#RIGOPIANO, IL FRATELLO DEL CAMERIERE MORTO: “NON È RICONOSCIUTO COME VITTIMA DEL LAVORO”

Gabriele D’Angelo era un cameriere che stava lavorando all’hotel di Rigopiano, ma non una vittima sul lavoro: non è riconosciuto dallo Stato come una persona morta mentre stava esercitando la sua professione. Questa contraddizione è denunciata dal fratello Francesco e condivisa dall’Inail, ma si tratta di un problema legislativo. Ai parenti del 32enne non viene riconosciuto niente perché, secondo una legge del 1938, modificata trent’anni dopo, non aveva figli e con il suo stipendio non manteneva nessuno.

La battaglia di Francesco

Francesco D’Angelo, fratello gemello della vittima, denuncia che l’Inail non riconosce quella di Gabriele come una morte sul lavoro “nonostante avesse lavorato fino all’ultimo” prima di venire travolto dalla valanga. Il giovane è intenzionato a chiedere l’aiuto del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, perché possa intervenire lui stesso o almeno invitare il prossimo Parlamento a correggere quella vecchia norma. Per il fratello non è una questione di soldi ma di principio, perché il motivo per cui Gabriele si trovava all’interno dell’hotel è perché ci lavorava.

La risposta dell’Inail 

L’Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro, comprendendo il dolore e l’amarezza del fratello della vittima, dichiara di condividere la sua battaglia: “Anche per Inail Gabriele D’Angelo è una vittima del lavoro“. Si tratta, però, di un problema legislativo, su cui l’ente non può intervenire.

“Per garantire ai superstiti i mezzi di sostentamento venuti a mancare in seguito alla morte del lavoratore – si legge nella nota – è previsto che abbiano diritto a una rendita economica il coniuge, fino alla morte o a nuovo matrimonio, ciascun figlio, fino al raggiungimento della maggiore età (per ragioni di studio elevata fino ai 21 anni se i figli sono studenti di scuola media o superiore e non oltre i 26 anni se studenti universitari), e i figli totalmente inabili al lavoro, ai quali la rendita spetta a prescindere dall’età, finché dura l’inabilità.

In mancanza di coniuge e figli, può spettare una rendita anche a genitori, altri ascendenti, fratelli e sorelle, ma solo se convivevano con il lavoratore deceduto ed erano a suo carico. Stante la legislazione attuale, nel caso di Gabriele D’Angelo, così come in quello di Marinella Colangeli, purtroppo non si sono verificati i presupposti per la concessione della rendita ai familiari”.

Fonte: Qui

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