lunedì,23 luglio, 2018
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PORRO: TUTTE LE BUGIE SUI #SACCHETTI BIO DI RENZI (Ma quale Fake News)

l 31 dicembre, un giorno prima che scattasse l’obbligo di adottare sacchetti parzialmente biodegradabili per imbustare frutta e verdura al supermercato, Giuseppe Marino ha firmato sul Giornale un’inchiesta che svelava i rapporti tra il Pd renziano e Catia Bastioli, amministratore delegato dell’azienda leader in Italia nella produzione di bioplastiche, sostenendo che la norma avvantaggia soprattutto questa società, la Novamont.

È scoppiato un putiferio e dopo quattro giorni di rivolta sui social network è intervenuto lo stesso Renzi, che ha parlato di fake news, citando però non l’articolo dettagliato uscito sul Giornale ma una sintesi “che gira via sms”. Ho chiesto a Giuseppe Marino di rispondere alle tante obiezioni messe in circolazione su siti e social network da chi sostiene che la norma sia buona e giusta.

1) Giuseppe, Matteo Renzi dice che l’aiutino all’azienda è una fake news

Sono rimasto molto stupito dallo stile di questa risposta. Un ex presidente del Consiglio e leader del partito di maggioranza che sostiene il governo, risponde senza citare i fatti, fornendo un’informazione lacunosa e parziale e infarcendo il tutto con una fake ironia, del tipo “avrei organizzato un complotto per aiutare miei amici e cugini di terzo grado impegnati nella fabbricazione di sacchetti” e poi “Voi non immaginate quanto sia diabolica la nostra mente: prepariamo complotti tutti i giorni, anche tra San Silvestro e Capodanno”.

E chi ha parlato di complotti? Chi ha mai parlato di cugini? Io ho parlato di una manager che era speaker alla Leopolda renziana più importante, quella del 2011.

La stessa, Catia Bastioli, che è stata anche nominata nel 2014 alla guida di una grande società partecipata dallo Stato, e che quest’estate, su proposta del ministro Calenda, è stata nominata Cavaliere del lavoro. E in realtà la norma non è di Capodanno: è stata inserita in una legge che non c’entrava niente (il Dl per lo sviluppo del Mezzogiorno), con un emendamento presentato dal Pd in piena estate, il 3 agosto.

2) Sono 150 le aziende che fabbricano sacchetti prodotti da materiale naturali e non da petrolio? Non proprio

Novamont in realtà non produce direttamente i sacchetti, ma il materiale biodegradabile per fare la pellicola e chi confeziona materialmente i sacchetti lavora dietro licenza. Legambiente ad esempio, sostiene che “quella del monopolio è un’accusa senza fondamento, le bioplastiche le fanno le maggiori aziende al mondo”.

È vero: al mondo, appunto. Ma in Italia questo materiale è commercializzato da tre sole aziende, due tedesche e una italiana, la Novamont che, stando ai numeri che ho rilevato attraverso la grande distribuzione, attualmente ha l’80% del mercato.

Marco Versari, ex portavoce di Novamont e presidente di Assobioplastiche, federazione delle industrie del settore, ammette in un’intervista proprio al Giornale che “stiamo parlando di 8-10 miliardi di pezzi la cui produzione sarà esclusivamente italiana determinando grandi investimenti e la creazione di nuovi posti di lavoro. La tecnologia delle bioplastiche, infatti, valorizza l’industria italiana”.

A 1-4 centesimi al sacchetto fanno centinaia di milioni. Del resto lo stesso Renzi fa capire poi che dobbiamo impegnarci per aiutare un settore produttivo italiano. Ed è Renzi che ha fatto tappa alla Novamont con il treno elettorale del Pd e, uscendo da una riunione a porte chiuse con i dirigenti, ha dichiarato che “bisogna sforzarsi di più di valorizzare questa eccellenza italiana”.

Legambiente forse non ha letto bene queste dichiarazioni.

2bis) Si potrebbe definire una sano nazionalismo sul modello di quanto fanno in Francia, ad esempio.
L’obbligo di limitare l’uso di sacchetti di plastica deriva da una direttiva europea e aiuta un’azienda italiana. Fin qui tutto bene, anche se magari chi è davvero liberale potrebbe avere da ridire.

Ma il Pd è andato ben oltre la direttiva europea, che non obbliga affatto a far pagare i sacchetti ultraleggeri (quelli per la frutta e verdura) direttamente ai consumatori, come invece è previsto dalla legge italiana.

3) “È il mercato, bellezza”. Non proprio…

Molti amichetti miei, liberisti come il sottoscritto, dicono che non c’è niente di strano se i supermercati fanno pagare una merce ai consumatori. Io sono favorevole al mercato e mi auguro che la Novamont prosperi e dia lavoro a tanta gente.

Detto questo il mercato c’entra poco, se l’obbligo di far pagare i sacchetti è imposto per legge. Tra l’altro, gli stessi vertici delle catene di supermercati, nei colloqui che ho avuto, mi hanno segnalato il rischio di questo obbligo di legge: finché il mercato italiano non si aprirà di più, vanificando le speranze di Renzi, il rischio è che i pochi produttori possano alzare il prezzo.

Mancano controlli adeguati, né la norma agostana li prevede.

4) “Un atto di civiltà ecologica”? Falso

Il ministro dell’ambiente Galletti dice che “l’entrata in vigore della normativa ambientale sugli shopper ultraleggeri è un atto di civiltà ecologica”. Molti sui social si sono bevuti questa versione e ripetono, senza conoscere i fatti, che “in fondo qualche centesimo per salvare l’ambiente non è molto”.

Sono sorpreso che anche un’associazione come Altroconsumo, dia credito a queste affermazioni senza alcuna seria verifica. Proprio loro che di solito provano tutto in laboratorio, stavolta hanno scelto di definire la critica alla legge “una vera e propria fake news” e la prova sarebbe che è “prontamente già smentita dagli altri organi di stampa”.

Ecco, io non ho il laboratorio, ma la rassegna stampa sì. E non so quali organi di stampa consultino loro, ma io non ho trovato smentite sul Corriere della Sera, su La Stampa e Repubblica ho trovato solo articoli sul boom che avrà ora il mercato delle bioplastiche, altri giornali citano il mio articolo, il Fatto Quotidiano non lo cita me ne replica il senso. E Il Sole24Ore aggiunge altri elementi critici. Secondo il quotidiano di Confindustria “i sacchetti ecologici per frutta e verdura rischiano di essere un boomerang”.

5) Addirittura un boomerang? Ma anche l’ambiente?

La parte della norma che obbliga a usare sacchetti biodegradabili (ma solo in parte, per ora il 40%) diminuirà il quantitativo di plastica usato. Ma si poteva fare senza far pagare il sacchetto al consumatore, consentendo ai supermercati di decidere liberamente se regalarlo o meno. Il centro della mia critica, non smentito da nessuno e addirittura approfondito nell’articolo del Sole, è che l’obbligo di far pagare i sacchetti unito al divieto di riusarli (per motivi igienici), rende impossibile ridurre il numero dei sacchetti monouso, che era lo scopo perseguito dalla direttiva europea.

Se devo per forza usare quelli che mi dà il supermercato e non posso portarmeli da casa, l’unica alternativa è comprare meno frutta al supermercato. Stefano Ciani, direttore di Legambiente,​ dice che “non è vero che siamo obbligati a prenderli al supermercato”. Invece siamo talmente obbligati che chi ha provato a comprare un’arancia senza sacchetto, lo ha pagato lo stesso alla cassa. E, al momento, non si possono riusare i sacchetti già acquistati, come ha spiegato perfino il ministro Galletti, per motivi igienici.

6) Ora paghiamo due volte

Il ministro Galletti dice però che il costo dei vecchi sacchetti di plastica già lo pagavamo, incorporato nel prezzo della frutta. Ora quel prezzo è in chiaro nello scontrino. Sì ora il costo dei sacchetti bio è aggiuntivo e visibile. Ma i supermercati avranno scomputato il costo dei vecchi sacchetti di plastica dal prezzo della frutta? Perché se non è così, e la legge non prevede nessun meccanismo perché ciò avvenga, significa che ora paghiamo due volte: quelli vecchi di plastica “nascosti” e quelli bio in chiaro.

Fossi nel ministro non sarei così “orgoglioso”.

7) Il problema dell’etichetta

Un’altra osservazione che gira è che ora potremo usare i sacchetti bio per l’umido e dunque riciclarli con un vantaggio economico. C’è un problema che ammette anche Altroconsumo, forse dopo aver consultato i propri laboratori: una volta apposta l’etichetta con il prezzo, il sacchetto non è più biodegradabile e non andrebbe usato per l’umido.

“Se si prova a staccarle, il rischio è che il sacchetto si rompa”, dice Altroconsumo. Già perché mentre i sacchetti che ci danno alle casse hanno uno spessore che va da 100 a 200 micron, quelli della frutta sono ultraleggeri, con spessore inferiore a 15 micron.

Ancora Altroconsumo dice che “Alcuni propongono di applicare le etichette sui manici delle buste così che sia più semplice tagliarle via con l’aiuto delle forbici”. Sono sicuro che faranno tutti così, no?

8) Giuseppe, ma secondo te come va a finire?

Non so, alla fine purtroppo siamo abituati a subire di tutto. Leggo già i professionisti del “benaltrismo” sostenere che in fondo ci sono altre tasse più pesanti, altre norme fatte peggio, altre ingiustizie più gravi. Ed è proprio ripetendoci queste cose che finiamo per accettarle tutte.

Colgo però nelle parole di Galletti qualche scricchiolio, quando dice che “il dicastero dell’Ambiente sta verificando con il ministero della Salute la possibilità di consentire ai consumatori di usare sporte portate da casa in sostituzione dei sacchetti ultraleggeri”.

Se questo accadrà davvero Altroconsumo e Legambiente che hanno difeso la legge così com’era, dovranno poi spiegare come mai ai propri soci, se non sono troppo indaffarati nella lotta alle fake news. A me resterà la piccola soddisfazione di potermi chiedere perché non lo hanno fatto prima. E se lo avrebbero fatto mai, se qualcuno non avesse sollevato la questione.

Fonte: qui

Il post di Porro

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