mercoledì,24 ottobre, 2018
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L’ULTIMO REGALINO SULLE PENSIONI: SCATTA LO SCALONE, GUARDA COSA CAMBIA

La parità fra uomini e donne, da ieri, vale anche per le pensioni. L’ età del ritiro per le lavoratrici dipendenti delle imprese private e pure per quelle autonome (artigiane e commercianti) è salita a 66 anni e 7 mesi. Era già così, dal 2012, nel pubblico impiego. Effetto della riforma Monti-Fornero che ha alzato l’ asticella dei requisiti anagrafici per adeguare l’ età del ritiro all’ aspettativa di vita. Secondo l’ Istat, la durata della vita media degli italiani è cresciuta nel 2017 a 82,8 anni.

Un valore ottenuto dalla media dell’ aspettativa di vita delle donne, pari a 85 anni, e di quella degli uomini, 80,6.

ASPETTATIVA DI VITA – La riforma Fornero riconosceva una realtà che era sotto gli occhi di tutti da tempo. Ipotizzando che l’ età del ritiro sia 65 anni, una donna ha la prospettiva di percepire la rendita per 20 anni. Un uomo per poco più di quindici. La parità fra i sessi ai fini pensionistici, introdotta dalla riforma scritta dal governo Monti sotto dettatura della Ue, riconosce uno stato di fatto.

Nel sistema a ripartizione, il nostro, in cui i versamenti contributivi di chi lavora servono a pagare gli assegni di quanti si sono già ritirati dal lavoro, questa differenza pesa. E per far tornare i conti i requisiti anagrafici sono stati parificati.
Da un punto rigorosamente aritmetico, addirittura, le lavoratrici dovrebbero andare in pensione dopo i loro colleghi maschi. Avendo un’ aspettativa di vita superiore.

AUMENTO ULTERIORE – Ma le sorprese non sono certo finite qui. A partire dal 1° gennaio 2019, il requisito anagrafico per accedere alla pensione di vecchiaia crescerà di altri 5 mesi, sia per i lavoratori sia per le lavoratrici. La possibilità di ritirarsi scatterà soltanto a 67 anni compiuti.
Restano in vigore, invece, le regole per accedere alla pensione anticipata: gli uomini potranno accedervi dopo 42 anni e 10 mesi di lavoro, le donne con 41 anni e 10 mesi di versamenti contributivi. A partire dal 2019, però, l’ asticella verrà alzata di 5 mesi, sia per i maschi sia per le femmine.

ANTICIPO COSTOSO – Chi non abbia i requisiti può usufruire dell’ anticipo pensionistico, la cosiddetta Ape volontaria, che offre la possibilità di ritirarsi a partire da 63 anni e 7 mesi di età, accendendo però un prestito ventennale coperto da un’ assicurazione sulla vita.
Il prestito viene rimborsato con trattenute sulla pensione maturata effettivamente. Che si riduce.

Ma esiste anche l’ Ape sociale, riservata alle persone che si trovino in situazione di disagio. Siano cioè disoccupati o invalidi, oppure abbiano familiari disabili. Anche in questo caso l’ età anagrafica del ritiro scende da 66 anni e 7 mesi a 63 anni e 7 mesi.

LAVORI USURANTI – C’ è infine un’ ulteriore fascia di persone che non dovrà arrivare alla soglia dei settant’ anni per abbandonare il lavoro. Si tratta di quanti abbiano svolto attività usuranti che appartengano a 15 categorie, recentemente aumentate dall’ ultimo governo: insegnanti di asilo nido e scuola materna, infermieri e ostetriche con lavoro su più turni, macchinisti, conduttori di gru e mezzi pesanti, operai dell’ industria estrattiva, dell’ edilizia e della manutenzione degli edifici, facchini, badanti che assistano persone non autosufficienti, addetti alle pulizie, spazzini e conciatori di pelli.

ANTICIPO PER I PRECOCI – Resta in vigore anche l’ eccezione riguardante i cosiddetti lavoratori «precoci», entrati nel mondo del lavoro prima del compimento della maggiore età. Fra costoro, chi abbia lavorato almeno 12 mesi da minore (e abbia i relativi versamenti di contributi), può ottenere l’ Ape sociale o la pensione anticipata con 41 anni di contributi versati, inclusi i 12 mesi di contribuzione antecedenti il compimento dei 19 anni di età.

CLASSE ’53 AL LAVORO – Ad essere penalizzate dalla parificazione pensionistica sono soprattutto le donne nate nel 1953. Il balzo di un anno nell’ età pensionabile per le dipendenti private colpisce in particolare quelle che compiano il sessantacinquesimo anno di età nel 2018, che resteranno al lavoro fino al 2019 inoltrato. Mentre le donne nate nel 1952 sono quasi tutte in pensione.

RIVALUTAZIONE – Da questo mese, in compenso, scatta la rivalutazione degli assegni che era stata congelata nel 2016 e nel 2017. Nulla di eccezionale, però. Con la pensione in pagamento domani, 3 gennaio, torna l’ indicizzazione dei trattamenti. Gli importi lordi delle rendite cresceranno dell’ 1,1%, in base all’ inflazione provvisoriamente stimata per il 2017.

Giusto per fare qualche esempio, una rendita lorda mensile di 1.000 euro salirà a 1.011, mentre un importo di 1.300 euro crescerà a 1.314,30.

Fonte: qui

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