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OLTRE A PRETENDERE LA LISTA DEI DEBITORI DELLE BANCHE, BISOGNEREBBE PARLARE ANCHE DI QUELLA DEI BANCHIERI

Oltre a pretendere la lista dei debitori delle banche, bisognerebbe cominciare a parlare anche di quella dei banchieri.

Da qualche giorno a questa parte ha preso forza, come un virus, la richiesta dei nomi dei primi 100 debitori insolventi delle aziende di credito che, come il Monte dei Paschi, sono destinate ad essere salvate dallo Stato e cioè con i soldi dei contribuenti.

Fuori i nomi dunque: a prima vista è difficile non essere d’accordo. Ma questa è solo una parte del problema.

Ed è la più scivolosa: se ci si fa coinvolgere in un atteggiamento giacobino di questo tipo, si rischia di imbracciare il forcone prima ancora di capire contro chi lo si vorrebbe utilizzare e perché.

In Italia il cortocircuito tra i maggiori azionisti delle banche e certi loro grandi clienti, attraverso la mediazione degli strapagati top manager e sotto l’occhio vigile della Banca d’Italia, è sotto gli occhi di tutti almeno dalla fine del secolo scorso.

Il fatto stesso che grandi imprenditori, costruttori in particolare, fossero – più o meno al tempo stesso – azionisti, amministratori e clienti a vario titolo del medesimo gruppo bancario rappresentava il terreno ideale per operare senza adeguati controlli.

Mentre in casi di difficoltà, la regia della Banca d’Italia permetteva ai grandi soci di banche scassate di venire salvati da quelli delle aziende più sane. Che così si ammalavano anch’esse.

I top manager, che sono i responsabili di ultima istanza delle grandi operazioni, mettevano la loro firma. In cambio hanno ricevuto per tre lustri (e ancora molti di loro ricevono) stipendi che nel ‘900 non si erano mai visti: nessuno guadagnava, con le lire, 5, 6 o 10 miliardi l’anno; che a volte lievitavano con i mitici e altrettanto misteriosi «bonus» fino al doppio.

Eppure, da un certo momento in poi, questa cosa è diventata normale. Così come lo è diventata anche la prassi delle liquidazioni da 20-40 milioni di euro per quelli che, terminato il lavoro, se ne andavano.

Questo è un giornale di tradizione liberale che crede nel libero mercato. Ma abbiate pazienza: a noi umani il sospetto che dietro a certe cifre ci fosse l’adeguato risarcimento per aver agito più nell’interesse di alcuni soci (che facevano in modo di deliberarlo) piuttosto che in quello della società che lo pagava realmente, ci sta tutto.

Specialmente «a valle» di certi risultati disastrosi lasciati in eredità. A chi? A noi contribuenti, pare.

Qualche settimana fa l’attuale numero uno di Unicredit, il francese Jean Pierre Mustier, ha annunciato che alla banca serve un aumento di capitale da 13 miliardi di euro: la più grande operazione mai lanciata in Italia (altrettanti sono già stati versati dai soci negli ultimi sette anni).

Per l’occasione Mustier ha mostrato, tra le altre, una slide molto istruttiva: dei circa 50 miliardi di crediti deteriorati oggi nella pancia di Unicredit, il 50% si è accumulato in soli tre anni: dal 2007 al 2009.

Vale a dire in corrispondenza dell’ultima grande «operazione di sistema» effettuata dall’allora numero uno Alessandro Profumo: la fusione con Capitalia, la ex Banca di Roma guidata da Cesare Geronzi, il gruppo bancario notoriamente più sofferente del sistema.

Nel 2010 Profumo lasciava Unicredit con una liquidazione di 40 milioni di euro, Mentre Geronzi passava alla presidenza di Mediobanca.

È vero che la crisi finanziaria ed economica ha poi trasformato tutto in Cajenna, ma certo c’è poco da stupirsi.

Per questo il Giornale è stato tra i primi, dando voce a Luigi Zingales, a sposare la richiesta di una commissione di inchiesta interna (lo Stato azionista lo può fare) o parlamentare.

Che ricostruisca come si è arrivati a 350 miliardi, all’equivalente del 20% del Pil, in crediti bancari deteriorati. Senza gogne e senza ipocrisia.

Fonte: Qui

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