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“ABORTÌ E ACCUSÒ UN AGENTE”: CHIESTI TRE ANNI E 9 MESI PER LA MANIFESTANTE ROM

“Ha ripetutamente pianificato la calunnia, ma tutti gli elementi agli atti sono concordi sul fatto che abbia sempre mentito”.

E ancora: “Se non fosse stato per gli immediati accertamenti medici, l’imputata avrebbe rovinato la vita di un poliziotto”.

Per questo il pm Gianluca Prisco ha chiesto una condanna a tre anni e nove mesi di carcere per Nela Ionica Drosu, la 39enne romena di etnia rom che nel novembre 2014 raccontò di avere abortito a causa della manganellata di un poliziotto durante una manifestazione contro gli sgomberi di case occupate al Corvetto.

Insieme alla donna è finita a processo la sorella, Adi Drosu, accusata di aver falsamente sostenuto la versione del pestaggio. Per lei Prisco ha chiesto due anni, con la concessione delle attenuanti generiche.

La sera del 20 novembre 2014 la Drosu riferì ai medici della Mangiagalli di essere stata colpita da un agente. La donna era effettivamente incinta di sei mesi e perse davvero il bambino.

Poche ore prima era scesa in piazza per protestare insieme ad altri occupanti abusivi e a esponenti dei centri anarchici del quartiere, sgomberati in quella settimana. In via Ravenna tra manifestanti e forze dell’ordine c’erano stati tafferugli.

Lei sostenne di aver «preso in braccio una bambina vestita di rosa per proteggerla» e di essere stata colpita con violenza al fianco sinistro. Ripetendo le accuse in diverse interviste televisive.

Secondo la Procura però, le indagini hanno dimostrato che l’aborto non fu colpa del presunto pestaggio. E che la Drosu, «che aveva sempre bisogno di soldi», mirava a ottenere un risarcimento di 500mila euro.

Per questo avrebbe «imboccato da vera manipolatrice» i testimoni a suo favore, tra cui la sorella, e avrebbe inoltre offerto loro 10mila euro per dichiarare il falso.

Anche se poi, messi alle strette, i quattro conoscenti avevano deciso di dire la verità. Compresa Adi che alla fine davanti agli inquirenti aveva confessato essere stata costretta da Nela a mentire.

Contro la versione della donna, che in questi due anni ha cambiato più volte difensore, sono state raccolte molte intercettazioni, in cui lei e i testi si accordano sul racconto da fare al pm: «Di’ che hai visto che mi picchiava, ma non l’hai visto in faccia».

Oltre ai filmati degli scontri girati dalle telecamere delle forze dell’ordine, in alcuni casi da quelle montate sui caschi degli operatori. Un sistema che in questa circostanza è servito a tutelare gli stessi agenti.

Dai numerosi video infatti non emerge alcun contatto tra la Drosu e le forze dell’ordine. Infine nel racconto dell’imputata Prisco avrebbe notato molte incongruenze.

«Fu una messinscena – ha sottolineato il pm – già pensata in passato quando progettò di inventare che aveva perso un bambino per essere rimasta incastrata tra le porte della metropolitana che si erano chiuse all’improvviso».

«Fortunatamente – ha spiegato ieri il pm durante la requisitoria – gli accertamenti medici sul feto e sulla placenta furono immediati.

E hanno stabilito che la morte del bambino è stata causata da processi patologici e non da processi meccanici derivati da lesioni esterne all’addome.

Tra l’altro Nela lasciò l’ospedale il giorno dopo contro il parere medico». Per Prisco, il minimo della pena (2 anni) e le attenuanti non sono applicabili per la gravità delle conseguenze che il progetto della donna avrebbe potuto avere.

Gli avvocati delle due sorelle hanno chiesto invece che venga comminata la condanna minima prevista. I giudici della Decima sezione emetteranno il verdetto il prossimo 24 gennaio.

Fonte: Qui

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