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IL FALLIMENTO DI TRE GOVERNI: L’ITALIA TORNA IN DEFLAZIONE…

È un come eravamo dal retrogusto amaro, un salto indietro nel tempo con venature poco nostalgiche: per la prima volta dal 1959, l’Italia ha chiuso il 2016 in deflazione.

Prezzi in ghiacciaia, con un -0,1% timbrato Istat che è il riflesso di un Paese fermo, nemmeno lontano parente di quello di 57 anni fa, quando il profumo di boom economico si andava diffondendo su buona parte del territorio. Speranze e prospettive allora, solo incertezze oggi.

Di questa regressione nazionale, espressa in modo altrettanto plastico dall’anemia cronica del Pil tricolore, hanno la maggiore responsabilità i governi – non eletti – che si sono avvicendati dalla crisi del debito sovrano.

A cominciare da Mario Monti con la macellazione della domanda interna, fino all’esecutivo Renzi incapace di dare una sterzata alla nazione nonostante la miglior congiunzione economica degli ultimi decenni: tassi a zero; prezzi dell’energia in saldo; robustissimo puntello finanziario offerto dalla Bce con cui è stata, di fatto, impedita un’esplosione irreparabile del debito pubblico. Debito che, tra l’altro, tende a gonfiarsi vieppiù quando si finisce in una spirale deflazionistica.

A fronte di una politica economica inefficace nell’azione di rilancio di occupazione e consumi, per anni è andato in scena il teatrino con cui sono stati negati o ridimensionati i problemi che affiggono parte delle nostre banche.

Mentre nell’eurozona i governi si prodigavano per rimettere in bolla i conti degli istituti in difficoltà, in Italia stavamo ancora alla vulgata secondo la quale le banche di casa, così radicate sul territorio, così poco sensibili alle sirene tossiche dei derivati, erano un esempio di buona e sana gestione.

Eppure, i segnali di credit crunch, cioè di strozzatura nella concessione di crediti, arrivati ben prima che si ingarbugliasse il nodo delle sofferenze, indicavano che non proprio tutto stava girando così bene.

Così, a un certo punto, la storica saldatura tra risparmiatori-imprese e banche ha cominciato a mostrare le crepe. Un solco di sfiducia che il crac – con doloroso bail in – di Etruria, Marche, Chieti e Ferrara ha finito per allargare, fino poi a diventare una voragine con il caso Mps.

Ora il governo ci ha messo una pezza da 20 miliardi. Secondo alcuni osservatori, non basterà a mettere in sicurezza il sistema. Palazzo Chigi rischia inoltre di gestire la crisi con una congiuntura meno propizia rispetto a qualche mese fa.

Per esempio, le quotazioni del petrolio sono risalite del 12,6% nel dicembre scorso e del 52% nel corso del 2016, mentre l’euro è sceso del 7% nell’ultimo trimestre rispetto al dollaro.

È una situazione che in molti Paesi dell’eurozona sta accelerando il processo di normalizzazione dei prezzi. In media, l’inflazione è salita infatti lo scorso anno dell’1,1%. In Germania, però, siamo già all’1,7%, un livello non molto distante dal target del 2% fissato dalla Bce.

Berlino fa da tempo pressioni su Mario Draghi per ottenere un ritiro delle misure di stimolo economico e un rialzo dei tassi d’interesse. Questo pressing è destinato a diventare ancora più asfissiante, nonostante la banca centrale abbia deciso di allungare fino alla fine del 2017 il piano di quantitative easing, seppur riducendo da 80 a 60 miliardi di euro, a partire da aprile, l’ammontare degli acquisti mensili.

Proprio ieri, dalle colonne di Handeslblatt, il ministro delle Finanze della Baviera, Markus Soeder, ha definito «un disastro» la politica attuata dalla Bce: «Draghi deve al più presto iniziare ad alzare gradualmente i tassi».

È facile prevedere, tra l’altro, che gli attacchi all’ex governatore di Bankitalia diventeranno il leit motiv della campagna elettorale che accompagnerà i tedeschi alle urne in settembre. E comunque vada, gli spazi per ulteriori stimoli monetari sembrano ormai inesistenti.

Di sicuro, oggi l’Italia non può permettersi un giro di vite ai tassi. Pena un ulteriore peggioramento dei conti pubblici e un crescita ancora più abulica.

Inoltre, c’è un pericolo ulteriore: quello di un incremento dei prezzi indotto proprio dall’aumento delle quotazioni petrolifere.

I primi sintomi si sono già visti in dicembre, con un’inflazione salita dello 0,4% rispetto a novembre.

E senza buste paga più pesanti e senza un miglioramento dell’occupazione, nei prossimi mesi gli italiani potrebbero essere costretti a dare un’altra strizzata ai consumi.

Fonte: Qui

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